Istituo Comprensivo Cena,i disegni e riflessioni sulla Giornata della Memoria degli alunni della 4B

 

 

 

Istituo Comprensivo Cena,i disegni e riflessioni sulla Giornata della Memoria degli alunni della 5 A.

 

Istituo Comprensivo Cena,i disegni e riflessioni sulla Giornata della Memoria degli alunni della 4 A a cura dell Insegnante
Silvia Aragno

 

Pubblichiamo per la Giornata della Memoria , un video inviato alla nostra sezione della Prof.ssa Lucia Margherita Marino
dell Associazione territoriale <<Estemporanea>> registrato con
l orchestra Giovanile .
Riportando queste parole :
” Abbiamo suonato per tutte le donne, gli uomini, i bambini che non ci sono più. Per non dimenticare “…

 

LAGER

Un litro virgola zero sessantanove. Prima che l’eliminazione dei centilitri in eccesso la arrotondasse a un litro esatto, questa era la misura del Maßkrug, il boccale di birra dell’Oktoberfest di Monaco di Baviera. Negli anni Trenta, durante la tradizionale festa autunnale tedesca, se ne svuotavano già milioni, anche per il prezzo relativamente contenuto della popolarissima bevanda luppolata: novanta pfennig, più o meno un quarto di dollaro dell’epoca. Giorni e giorni di cori gioiosi, danze spensierate, cappelli piumati, salsicce e costolette, pantaloni tirolesi e Maßkrüge schiumanti. Quanto ci vuole per scolare un litro virgola zero sessantanove di birra? Se non hai un fisico allenato, ci metti di sicuro più del tempo necessario per prendere l’auto nel centro di Monaco, puntare a nord-ovest, percorrere una ventina di chilometri e trovarti in un rigoglioso inferno verde di prati e di alberi: Dàchau. Lassù, negli anni dei centilitri in eccesso, l’orrore abitava a venti minuti dai brindisi dell’Oktoberfest. Venti minuti tra le risate e la paura, le canzoni e i lamenti, la birra e il dolore. E per un caso beffardo la birra tipica dell’Oktoberfest, la Märzen, è speciale: la sua categoria si chiama “lager”.

La prima cosa di Dàchau che si vede da lontano è una ridente collina dominata da un castello e da edifici d’epoca medievale con un antico borgo, ancora ben conservato, che nel dopoguerra si è notevolmente sviluppato fino a diventare una prospera cittadina. Per certi aspetti è un po’ come Rivoli rispetto a Torino. Ma c’è un’ombra pesante che l’oscura. È nella periferia orientale, in un’area malsana un tempo disseminata di acquitrini, che si è insediato il primo nonché uno dei più funesti campi di concentramento della follia hitleriana.

Al campo si accede da un immenso parcheggio, dopo aver percorso viali e vialetti costellati di cartelli che illustrano il disegno concentrazionario iniziale e le trasformazioni della struttura nel corso del tempo. Questo lager, sorto nel 1933 per vigoroso impulso di Himmler, era destinato al lavoro coatto e all’eliminazione fisica degli oppositori politici, primi fra tutti i comunisti e i socialisti, e di migliaia di sacerdoti: dalla “baracca dei preti”, nel blocco 26, ne sono passati oltre 2500; di questi più di un migliaio non è tornato. Dalla fine degli anni Trenta, poi, Dàchau è divenuto anche un campo di sterminio di ebrei e appartenenti a gruppi etnici e sociali che il regime intendeva sopprimere, come pure di migliaia di prigionieri di guerra, soprattutto sovietici.

Appena superato il cancello, con in alto la fatidica iscrizione che inneggia al lavoro che rende liberi, ti accoglie l’invito a iniziare la visita da una sala che, tramite diversi pannelli e fotografie, illustra in modo asciutto e incisivo il contesto storico, politico e ideologico da cui ebbero origine i crimini del nazionalsocialismo. Particolare rilievo ha qui la sciagurata teoria della razza che condurrà ai genocidi. Ma da subito ciò che soprattutto colpisce il visitatore è la straordinaria razionalità dell’organizzazione che presiedeva alla gestione del campo. Una pressoché perfetta macchina di repressione e di morte a venti minuti dall’Oktoberfest.

Ti avvii verso una bassa casermetta posta sul lato destro del campo. Qui scopri che, lungo uno stretto e interminabile corridoio, sono allineate decine e decine di celle di isolamento e punizione perlopiù destinate ai detenuti politici e religiosi. Piccoli e squallidi locali di due metri per due con uno stretto tavolato per letto e in alto una minuscola grata come unica fonte d’aria e di luce. Sui muri di alcune celle restano incise parole che non capisci. Una targa ricorda che vi furono reclusi, fino a incontrarvi la morte, noti leader di partito ed eminenti uomini di chiesa che avevano opposto resistenza al regime.

L’edificio principale, attualmente adibito a museo, mostra locali e strumenti che danno prova dell’intollerabile disciplina del lavoro obbligatorio e delle sadiche regole del campo. Sono esposti anche vari oggetti trovati e conservati dopo la liberazione, come divise, indumenti, qualche libro, rasoi e specchi per radersi, perfino alcuni strumenti musicali alquanto malridotti. D’istinto ti interroghi su chi li abbia usati. Oggi si fa fatica a pensare che anche la musica, quella imposta dai carnefici oppure quella di nascosto composta ed eseguita, potesse trovare un posto nella giornata degli internati. In realtà, tutto ciò che si vede rivela quanto fosse importante, per i reclusi, custodire gelosamente anche solo una foto, una lettera o qualche oggetto della propria vita di prima, sottratto non senza grave rischio al controllo degli aguzzini.

Sono anche visibili strumenti di tortura, ma si nota una certa attenzione a non mostrare oggetti o foto che possano descrivere tutto l’orrore della violenza inferta ai prigionieri. Il visitatore qui è lasciato solo, unicamente esposto alle sue emozioni, alle proprie riflessioni, ai tanti e troppi pensieri che si affastellano di fronte a un inimmaginabile crescendo di crudeltà e follia criminale. D’altronde è poi quanto si acquisisce da una visita a questi infausti luoghi della memoria. Ed è ciò, a ben vedere, che fa la differenza rispetto alla sola lettura di un libro di storia, o all’ascolto di testimonianze e alla visione di un documentario.

Delle baracche ne sono rimaste soltanto due. In realtà sono state ricostruite, con i bassi tavolati a castello, per dare atto della ristrettezza degli spazi e della costrizione inflessibilmente imposta.  Al limite del campo, oltre le baracche, i forni crematori. A venti minuti dall’Oktoberfest.

Il cimitero di Dàchau, oltre che luogo di sepoltura, è anche un parco che si estende su un vasto terreno ondulato, dove si alternano radure e fitte macchie di alberi secolari e imponenti conifere. Da un’altura di poco più elevata delle altre si scorge una distesa di centinaia e centinaia di cippi di granito ordinatamente disposti a ventaglio. Qui trovano riposo 1312 prigionieri del lager deceduti agli inizi delle marce della morte e poco dopo la liberazione, le cui salme non sono mai state reclamate e rimpatriate nei paesi d’origine. Le ultime vittime del campo. Di oltre quarantunomila altri compagni di sventura, “passati per il camino” a venti minuti dall’Oktoberfest, non è rimasta che cenere.

Quando esci dal lager e ti avvicini all’abitato è difficile non chiederti se, anche tra i civili, ancora è in vita chi ha visto e condiviso. Chi sapeva, “chi non poteva non sapere” mentre a venti chilometri da qui scolava Maßkrüge di Märzen? È una delle domande che anche Primo Levi si pose sino alla fine. Quante famiglie di questi luoghi hanno avuto parenti che ne hanno tratto lavoro o benefici? D’altronde la stessa comunità locale approvò la realizzazione del lager per giovarsi delle ricadute positive che ne sarebbero derivate in un difficile tempo di crisi. Ma noi cosa avremmo fatto? Avremmo avuto la forza di esercitare il diritto-dovere di resistere alla tirannia? Anche oggi, come allora, ci contagia la «zona grigia». Indro Montanelli, nel prendere impudentemente le difese di Priebke, anni fa sostenne che alle condizioni date non si poteva chiedere a nessuno di esporsi come eroe per poi fare la fine d’un martire… 

Conviene visitare da soli il lager di Dàchau, se non si vuole lasciarsi distrarre dalla necessità di lenire la sofferenza di eventuali accompagnatori alla vista di tanta ferocia e squallore. Dopo questa esperienza fai fatica a pensare alla “banalità del male” con riferimento ad azioni e comportamenti di chi ha inflitto torture, compiuto eccidi o scientificamente pianificato genocidi. Quando Hannah Arendt ha coniato questa espressione aveva da poco assistito alla grigia e sconcertante autodifesa di Eichmann nel processo di Gerusalemme che ne decretò la condanna. Ma dalla visita al lager di Dàchau la sensazione che più ti rimane impressa non è certo quella della banalità del male. Capisci che la levità delle parole usate era soltanto mirata a suscitare in noi una reazione morale al delitto di cieca e condiscendente obbedienza. Ma ben più inquietante resta in te la consapevolezza del rischio di un’assuefazione al male, spesso presente in radice anche in molti gesti e comportamenti della vita quotidiana. A ben vedere è la percezione di una pervasività e prossimità del male: la possibilità, mai superata, che anche nella routine di una vita “normale” possano a poco a poco trovare giustificazione azioni che dapprima limitano e poi negano la vita, che sottraggono il diritto di esistere, sino a pensare di potere infliggere le peggiori sofferenze ad altri esseri umani percepiti come nemici da distruggere o reietti da estirpare. Con la stessa noncuranza con cui si prosciuga un litro virgola zero sessantanove di birra. Lager.

 

A.N.P.I.        Comitato di Sezione “R. Martorelli” – Torino                    27 gennaio 2022

 

 

 

Una iniziativa storica che vede riunite per la prima volta 10 organizzazioni antifasciste, partigiane e della deportazione (Anpi, Aicvas, Aned, Anei, Anfim, Anpc, Anppia, Anrp, Fiap, Fivl) per affermare, difendere e rilanciare insieme i valori dell’antifascismo e della Resistenza, per la piena attuazione della Costituzione, per la formazione civile dei cittadini, in particolare dei giovani.
L’evento verrà videoregistrato.
L’ingresso sarà esclusivamente su invito.

 

 

Il 2 giugno l’ Anpi Provinciale di Torino promuove e sostiene nuove intitolazioni di spazi pubblici.
Della nostra Storia Repubblicana in questo elenco compare Rosanna Rolando nome di battaglia “Alba rossa” operaia alla Manifattura Tabacchi di corso Regio Parco 142.
Attivista antifascista nella sua fabbrica rappresentante di PCI, nei gruppi di difesa della donna del IV settore torinese.

2 giugno 2021

Festa della Repubblica

Il 2 giugno 1946 anche le donne votano per il referendum e per l’Assemblea Costituente. Col decreto luogotenenziale del 1 febbraio 1945, alle donne viene riconosciuto per la prima volta il
diritto di voto, su richiesta concorde di Alcide De Gasperi e di Palmiro Togliatti.

La partecipazione al voto è circa il 90%: votano 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini.

Si vota per l’Assemblea Costituente, cui è affidato il compito della stesura della Carta Costituzionale.

Umberto Terracini, deputato comunista, Presidente dell’Assemblea firma il 27 dicembre 1947 la Costituzione.

 

 

 

21 MAGGIO 2021
Quest ‘anno e per il secondo anno consecutivo, il previsto incontro per la Posa delle Piastrelle alla Cascina Marchesa alle ore 11 non potrà esserci.
Le restrizioni Covid-19 hanno impedito lo svolgimento dei laboratori previsti per la realizzazione delle piastrelle.
Come A.N.P.I Renato Martorelli vogliamo esserci in qualche modo in questo giorno così importante, ricordando il progetto, per come è nato e con alcune significative immagini…

 

 

Un documentario sulla Resistenza delle donne

Dalla musicista Mariangela Tandoi riceviamo e volentieri pubblichiamo un breve video costruito sulle testimonianze di due partigiane torinesi, legate per nascita e militanza ai nostri quartieri. Sono le comuniste Rosanna Rolando (Alba Rossa) e Nelia Benissone (Vittoria) che negli anni della Resistenza operarono in ruoli di primaria importanza sia nei Gruppi di Difesa della Donna (IV e I settore) sia nelle Sap e nei Gap più attivi della città. Il video, che è parte di un più ampio lavoro in corso di realizzazione per il comune di Chiavenna, pone in luce, con vigore e passione civile, episodi della Resistenza – troppe volte negata o taciuta – di donne che ebbero parte determinante nella Guerra di Liberazione e nella lotta di emancipazione femminile.
Sez. A.N.P.I Renato Martorelli

 

 

Il Comitato Nazionale Anpi ha approvato nella seduta del 7 maggio il documento  per il XVII Congresso Nazionale che si svolgerà il prossimo anno.

Il testo del documento  è  disponibile su: https://lm.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.anpi.it%2Fmedia%2Fuploads%2Ffiles%2F2021%2F05%2FESE_OPUSCOLO_A5_WEB.pdf&h=AT20_s88J0dlky8tAbKsessCTQxvwULn4ADuwhdWtEw0zJ0IQAu61BcOB_bewu79vUvaxODJf8UgfLc6R8nTGvmEktoMWpnGnYMl2oaKwgbju0zRkaRNPx9EF322vaHfN0K0CzsNJqFOxxyIQvUh18ow2yqlD1ctOyXoMxc

 

 

 

 

 

2  aprile 1944

Commemorazione Eccidio del Plan del Lot.

Contributo del video  per il comitato dell’Anpi provinciale Torino del Dottore Nino Boeti.

Ieri, oggi e domani. L’Anpi secondo me

di Claudio Dellavalle

da Patria Indipendente del 19/3/2021

Lo storico Claudio Dellavalle

Considero drammatica la situazione del Paese. Per due ragioni: la prima esistenziale, generata cioè dallo shock della pandemia e oggi dalla complicata gestione della questione vaccini; la seconda per il blocco che malgrado le urgenze della pandemia, si è prodotto nel sistema politico istituzionale del nostro Paese. Al primo problema l’Italia sostanzialmente ha risposto come le altre democrazie, con le difficoltà ma anche con le scelte necessarie e anche coraggiose per contenere un nemico invisibile e sconosciuto che ha scardinato le priorità secondo cui funzionava la nostra società.

Fino alla crisi del governo Conte 2 il difficile equilibrio tra la necessità di salvaguardare la salute dei cittadini e l’esigenza di non compromettere gravemente l’economia è stato salvaguardato, anche se i costi sono stati molto pesanti. Poi la crisi di governo ha rotto l’equilibrio e si è aperta una fase al buio che ha reso evidente l’incapacità del Parlamento di trovare una soluzione. Di fronte ad urgenze e necessità fondamentali la massima istituzione rappresentativa del Paese non è stata in grado di rispondere alle attese dei cittadini. Non torniamo qui sulle responsabilità, che ci sono state, gravi, per certi versi intollerabili. Il dato che interessa è che il Parlamento è entrato in blocco.

Di qui l’intervento del Presidente Mattarella. Bisogna rileggere con attenzione il messaggio con cui il Presidente ha motivato l’incarico a Draghi. Riflette una tensione fortissima che dice al Paese: la scelta del Presidente non ha alternative perché chi doveva proporle non lo ha fatto.

Questo non è solo, come è stato detto e scritto, il fallimento delle forze politiche, ma è il fallimento di un sistema che non è in grado di selezionare la sua classe dirigente. Di qui il rischio del dramma che i passi successivi hanno confermato.

Infatti, se il messaggio del Presidente è arrivato chiaro e forte, la risposta non è stata all’altezza perché ciò che il governo Draghi dovrà fare non potrà andare bene a tutti quelli che gli hanno dato l’appoggio, né può risolvere le difficoltà che vengono da lontano e che richiederebbero un riassetto del sistema. La corsa alle poltrone che ha accompagnato la nascita del governo Draghi dice che per ora non è stata colta appieno la gravità della crisi. Tanto che qualcuno ha ritenuto di dover tirarsi fuori per dire che qui sta il nodo della questione.

L’unica possibilità è che le forze politiche maturino in fretta questa consapevolezza e che si possa aprire almeno nelle componenti più responsabili un riassetto dei fondamenti del sistema. Come? La politica deve ritrovare un rinnovato rapporto con la società raccogliendo da essa le indicazioni fondamentali per rivedere obiettivi, progetti e prospettive.

Un’operazione non facile perché nel frattempo la pandemia complica la vita di tutti, ci costringe in limiti angusti, mentre bisogna alzare lo sguardo ad un orizzonte ampio che comprenda Europa, Occidente e il resto del mondo; perché bisogna cercare dove ci sono gli elementi di unità e non quelli di contrapposizione; perché l’informazione “corrente”, salvo poche eccezioni, non vede e non vuole vedere le difficoltà della situazione in cui ci troviamo.

L’Anpi ha un’immagine pubblica positiva che è il risultato di più fattori. Il primo, fondamentale, è il costante richiamo della memoria, delle origini della Repubblica, di ciò che ha significato scegliere in tempi più difficili dei nostri; perché è stata testimone delle trasformazioni del Paese essendo la sua storia lunga quanto la storia della Repubblica; perché è presente e attiva nel denunciare pubblicamente ogni offesa arrecata alla convivenza civile e democratica da fanatismi, razzismi, terrorismi, nazionalismi, totalitarismi; perché c’è e fa sentire la sua voce ogni volta che si offendono persone per affermare un passato inaccettabile.

L’Anpi è un ente morale; è portatore di una moralità che si ispira a valori e principi come libertà, giustizia sociale, democrazia, che sono quelli della Carta costituzionale. Giustamente alcuni dei suoi dirigenti (penso a Carlo Smuraglia, a Carla Nespolo) hanno sostenuto uno sforzo notevole per far conoscere i fondamenti ed educare al rispetto della Costituzione.

Impegno rinnovato nel momento in cui l’Anpi si è aperta al rinnovamento generazionale. Con qualche problema e tensione perché la debole disponibilità delle forze politiche a offrire spazi ai giovani produce spinte alla militanza di coloro che cercano nell’Anpi un riferimento organizzativo. È un errore comprensibile, ma non coerente con i compiti dell’associazione. Perché l’Anpi sta in una dimensione che viene prima dell’impegno politico nei partiti; può motivarlo, ma non può confondersi con esso. In un lungo percorso la vocazione dell’Anpi si è fatta sempre più unitaria, proprio perché il riferimento alla Costituzione e a tutto ciò che esso significa è diventato centrale.

Mi sembra infine che l’Anpi, con le sue antenne allenate a percepire i segnali di difficoltà del nostro sistema, avverta con più intensità di altri soggetti il pericolo che stiamo correndo, il rischio del dramma. Il recente appello alle forze politiche, alle organizzazioni sindacali, alle associazioni della società civile per dare risposte unitarie ai molti problemi che ci aspettano è un segnale forte di questa attenzione. Questa attenzione andrebbe incrementata e declinata su più piani. Verso il mondo della cultura, ad esempio, che un tempo era un interlocutore importante. Per diverse ragioni, che qui non possiamo affrontare ma su cui sarebbe bene riflettere, quel rapporto si è in gran parte perso.

Sarebbe buona cosa se l’Anpi provasse a riattivare questo rapporto, certo con modalità diverse rispetto al passato, perché da un lato la preoccupazione per le sorti della Repubblica e dall’altro l’enorme sforzo di innovazione necessario per affrontare i problemi che ci aspettano, richiedono un salto culturale notevole. Un cambio di paradigma, come si dice. Che richiede un’intelligenza collettiva disponibile. A pensare e a fare. Con riferimento costante, strutturale, al Paese, attivando le forze della società civile, e aprendo al rapporto con i giovani e le donne perché solo da loro può venire la carica e la passione necessaria per provare a cambiare.

Claudio Dellavalle, presidente dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea (Istoreto)

Il Comitato Nazionale Anpi ha approvato nella seduta del 7 maggio il documento  per il XVII Congresso Nazionale che si svolgerà il prossimo anno.

Il testo del documento  è  disponibile https://lm.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.anpi.it%2Fmedia%2Fuploads%2Ffiles%2F2021%2F05%2FESE_OPUSCOLO_A5_WEB.pdf&h=AT20_s88J0dlky8tAbKsessCTQxvwULn4ADuwhdWtEw0zJ0IQAu61BcOB_bewu79vUvaxODJf8UgfLc6R8nTGvmEktoMWpnGnYMl2oaKwgbju0zRkaRNPx9EF322vaHfN0K0CzsNJqFOxxyIQvUh18ow2yqlD1ctOyXoMxc

 

 

 

 

 

2  aprile 1944

Commemorazione Eccidio del Plan del Lot.

Contributo del video  per il comitato dell’Anpi provinciale Torino del Dottore Nino Boeti.

Ieri, oggi e domani. L’Anpi secondo me

di Claudio Dellavalle

da Patria Indipendente del 19/3/2021

Lo storico Claudio Dellavalle

Considero drammatica la situazione del Paese. Per due ragioni: la prima esistenziale, generata cioè dallo shock della pandemia e oggi dalla complicata gestione della questione vaccini; la seconda per il blocco che malgrado le urgenze della pandemia, si è prodotto nel sistema politico istituzionale del nostro Paese. Al primo problema l’Italia sostanzialmente ha risposto come le altre democrazie, con le difficoltà ma anche con le scelte necessarie e anche coraggiose per contenere un nemico invisibile e sconosciuto che ha scardinato le priorità secondo cui funzionava la nostra società.

Fino alla crisi del governo Conte 2 il difficile equilibrio tra la necessità di salvaguardare la salute dei cittadini e l’esigenza di non compromettere gravemente l’economia è stato salvaguardato, anche se i costi sono stati molto pesanti. Poi la crisi di governo ha rotto l’equilibrio e si è aperta una fase al buio che ha reso evidente l’incapacità del Parlamento di trovare una soluzione. Di fronte ad urgenze e necessità fondamentali la massima istituzione rappresentativa del Paese non è stata in grado di rispondere alle attese dei cittadini. Non torniamo qui sulle responsabilità, che ci sono state, gravi, per certi versi intollerabili. Il dato che interessa è che il Parlamento è entrato in blocco.

Di qui l’intervento del Presidente Mattarella. Bisogna rileggere con attenzione il messaggio con cui il Presidente ha motivato l’incarico a Draghi. Riflette una tensione fortissima che dice al Paese: la scelta del Presidente non ha alternative perché chi doveva proporle non lo ha fatto.

Questo non è solo, come è stato detto e scritto, il fallimento delle forze politiche, ma è il fallimento di un sistema che non è in grado di selezionare la sua classe dirigente. Di qui il rischio del dramma che i passi successivi hanno confermato.

Infatti, se il messaggio del Presidente è arrivato chiaro e forte, la risposta non è stata all’altezza perché ciò che il governo Draghi dovrà fare non potrà andare bene a tutti quelli che gli hanno dato l’appoggio, né può risolvere le difficoltà che vengono da lontano e che richiederebbero un riassetto del sistema. La corsa alle poltrone che ha accompagnato la nascita del governo Draghi dice che per ora non è stata colta appieno la gravità della crisi. Tanto che qualcuno ha ritenuto di dover tirarsi fuori per dire che qui sta il nodo della questione.

L’unica possibilità è che le forze politiche maturino in fretta questa consapevolezza e che si possa aprire almeno nelle componenti più responsabili un riassetto dei fondamenti del sistema. Come? La politica deve ritrovare un rinnovato rapporto con la società raccogliendo da essa le indicazioni fondamentali per rivedere obiettivi, progetti e prospettive.

Un’operazione non facile perché nel frattempo la pandemia complica la vita di tutti, ci costringe in limiti angusti, mentre bisogna alzare lo sguardo ad un orizzonte ampio che comprenda Europa, Occidente e il resto del mondo; perché bisogna cercare dove ci sono gli elementi di unità e non quelli di contrapposizione; perché l’informazione “corrente”, salvo poche eccezioni, non vede e non vuole vedere le difficoltà della situazione in cui ci troviamo.

L’Anpi ha un’immagine pubblica positiva che è il risultato di più fattori. Il primo, fondamentale, è il costante richiamo della memoria, delle origini della Repubblica, di ciò che ha significato scegliere in tempi più difficili dei nostri; perché è stata testimone delle trasformazioni del Paese essendo la sua storia lunga quanto la storia della Repubblica; perché è presente e attiva nel denunciare pubblicamente ogni offesa arrecata alla convivenza civile e democratica da fanatismi, razzismi, terrorismi, nazionalismi, totalitarismi; perché c’è e fa sentire la sua voce ogni volta che si offendono persone per affermare un passato inaccettabile.

L’Anpi è un ente morale; è portatore di una moralità che si ispira a valori e principi come libertà, giustizia sociale, democrazia, che sono quelli della Carta costituzionale. Giustamente alcuni dei suoi dirigenti (penso a Carlo Smuraglia, a Carla Nespolo) hanno sostenuto uno sforzo notevole per far conoscere i fondamenti ed educare al rispetto della Costituzione.

Impegno rinnovato nel momento in cui l’Anpi si è aperta al rinnovamento generazionale. Con qualche problema e tensione perché la debole disponibilità delle forze politiche a offrire spazi ai giovani produce spinte alla militanza di coloro che cercano nell’Anpi un riferimento organizzativo. È un errore comprensibile, ma non coerente con i compiti dell’associazione. Perché l’Anpi sta in una dimensione che viene prima dell’impegno politico nei partiti; può motivarlo, ma non può confondersi con esso. In un lungo percorso la vocazione dell’Anpi si è fatta sempre più unitaria, proprio perché il riferimento alla Costituzione e a tutto ciò che esso significa è diventato centrale.

Mi sembra infine che l’Anpi, con le sue antenne allenate a percepire i segnali di difficoltà del nostro sistema, avverta con più intensità di altri soggetti il pericolo che stiamo correndo, il rischio del dramma. Il recente appello alle forze politiche, alle organizzazioni sindacali, alle associazioni della società civile per dare risposte unitarie ai molti problemi che ci aspettano è un segnale forte di questa attenzione. Questa attenzione andrebbe incrementata e declinata su più piani. Verso il mondo della cultura, ad esempio, che un tempo era un interlocutore importante. Per diverse ragioni, che qui non possiamo affrontare ma su cui sarebbe bene riflettere, quel rapporto si è in gran parte perso.

Sarebbe buona cosa se l’Anpi provasse a riattivare questo rapporto, certo con modalità diverse rispetto al passato, perché da un lato la preoccupazione per le sorti della Repubblica e dall’altro l’enorme sforzo di innovazione necessario per affrontare i problemi che ci aspettano, richiedono un salto culturale notevole. Un cambio di paradigma, come si dice. Che richiede un’intelligenza collettiva disponibile. A pensare e a fare. Con riferimento costante, strutturale, al Paese, attivando le forze della società civile, e aprendo al rapporto con i giovani e le donne perché solo da loro può venire la carica e la passione necessaria per provare a cambiare.

Claudio Dellavalle, presidente dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea (Istoreto)

Per contrastare ogni forma di razzismo e antisemitismo, funzionali a rigurgiti neofascisti e neonazisti, l’Anpi invita le forze parlamentari a rendere più efficaci le norme vigenti. Sono intanto alla nostra attenzione nuove e più stringenti norme e tra queste una “Legge d’iniziativa popolare” contro la propaganda fascista, promossa dal Comitato presieduto da Maurizio Verona, Sindaco di Stazzema.

Invitiamo tutti a firmare presso le sedi preposte e tra queste la sede della sesta Circoscrizione di Torino : Via San Benigno 22. Tel. 01101135611

TESSERAMENTO 2021

Agli iscritti, alle iscritte e ai simpatizzanti

Carissimi/e,

è cominciato il tesseramento alla nostra Associazione per l’anno 2021.

In un momento tra i più critici della nostra storia recente, l’adesione all’ANPI è impegno a contrastare, nel modo più fermo ed efficace, la marea montante delle forze che soffiano sul fuoco degli egoismi nazionali, del razzismo e dell’odio nei confronti non solo degli “stranieri” ma anche dei connazionali che ancora credono nella solidarietà e nei diritti e doveri di cittadinanza. L’adesione all’Anpi è allora un impegno irrinunciabile per difendere e ad attuare pienamente i valori della Costituzione nata dalla Resistenza.

 Ampliare la nostra forza organizzata diventa oggi indispensabile allo scopo di contribuire alla difesa del nostro patrimonio storico e culturale, per opporre iniziative di “resistenza civile” e di risposta democratica a chi predica l’intolleranza e il disprezzo della cultura e delle competenze. A chi predica l’indifferenza, a fronte dei gravi problemi che sollecitano proposte coraggiose e sostenute dalla più ampia partecipazione, vogliamo rispondere con una netta scelta di campo personale e collettiva.

Chiediamo ad ognuno di aderire o rinnovare la tessera per sostenere l’attività della sezione. E invitiamo anche i nostri amici ad iscriversi all’Anpi, contribuendo non solo con l’aiuto economico, ma anche con un impegno di lavoro, ciascuno secondo le proprie possibilità.

Diamo appuntamento per poterci incontrare di persona in sezione a tutti gli iscritti appena le misure sanitarie lo permetteranno.

Per informazioni sul tesseramento si prega di contattatare l’amministratore Guido Bertotti al numero [cell. 334 5036230].

In attesa di incontrarvi personalmente, vi rinnoviamo gli auguri di un anno felice e sereno.

Un saluto fraterno

    dal Presidente e tutto il Direttivo

Torino,  30 gennaio 2021

https://www.patriaindipendente.it/primo-piano/protocollo-anpi-miur-limpegno-continua/

2 aprile 1944

Commemorazione Eccidio del Plan del Lot.

Contributo video per il Comitato dell’ Anpi Provinciale Torino del Dottore Nino Boeti.

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